Se stai leggendo questo articolo, probabilmente mi hai già giudicato.
Dal titolo. Dalle prime due righe.
Ed è normale: lo facciamo tutti. Basti pensare a quando si entra in una classe nuova.
Non hai ancora parlato, non hai ancora fatto niente e qualcuno ha già deciso chi sei.
Strano/a. Secchione/a. Arrogante. Normale.
Succede in pochi secondi, senza cattiveria apparente. È automatico. È comodo. Ed è esattamente così che nascono i pregiudizi: non come atti violenti, ma come scorciatoie mentali che usiamo ogni giorno nei corridoi, sui social, perfino tra amici, per trovare un pensiero sicuro e facile da ascoltare, un pensiero dove si crede di avere ragione e che nessuno conosce, se non detto.
È potente, perché il cervello elabora queste informazioni in pochi secondi, creando un’idea iniziale che tende poi a influenzare tutto ciò che segue. Per questo si dice che non ci sono seconde occasioni per fare buone prime impressioni.
La prima impressione è quel giudizio immediato che formuliamo nei primissimi secondi di un incontro. È automatica, rapida, spesso inconsapevole. Prima ancora che una persona inizi a parlare, il nostro cervello ha già raccolto e interpretato una serie di segnali: postura, espressione del volto, tono della voce, abbigliamento, modo di muoversi, contatto visivo.
Dal punto di vista psicologico, questo processo è legato a meccanismi di valutazione rapida che ci aiutano a orientarci nelle relazioni sociali. In pochi istanti tendiamo a classificare l’altro come “affidabile”, “competente”, “simpatico”, “distante” o “autorevole”. È una scorciatoia mentale: ci permette di risparmiare tempo ed energie, ma può anche portarci a errori.
La prima impressione è emotiva prima che razionale e tende a consolidarsi influenzando le interpretazioni successive. In ambito professionale, sociale o accademico, la prima impressione può incidere su opportunità, relazioni e credibilità.
In sintesi, la prima impressione non è solo un momento: è l’inizio di una narrazione mentale che costruiamo sull’altro, spesso in meno di un minuto, ma con effetti che possono durare molto più a lungo.
Tornando al pregiudizio: pregiudicare e giudicare vuol dire assegnare un’etichetta a tutto, come “pazzo”, “bello”, “brutto”, “strano” … Ma questo ci porta a mettere anche delle etichette su noi stessi: giudicare quello che si fa, giudicare quello che si dice, il carattere, il fisico, l’estetica, la propria mentalità e le proprie idee. Ovviamente questi giudizi possono essere positivi, ma poi… quando diventano negativi, che si fa? Non sempre, infatti, questi pensieri su noi stessi hanno effetti buoni. Facciamo un esempio: sei allo specchio e ti guardi. Ci sono due strade che si possono percorrere: la prima strada è dritta, e dice “Sono bellissimo/a”; mentre la seconda, piena di scossoni, dice “Se solo potessi essere più bello/a sarebbe tutto più semplice”. Poi, per chi ha imparato a osservare, ce n’è una terza, nascosta, più un sentiero che una vera e propria strada, che dice “Non si può essere perfetti, ma mi accetto come sono e non voglio che nessuno mi influenzi con i suoi giudizi”. Ecco, questo sentiero è quello che in pochi vedono ma che tutti dovremmo percorrere, e forse, per aiutarci a vederlo abbiamo solo bisogno di una persona al nostro fianco che ci faccia da guida. Perché è difficile guardare dove gli altri non guardano e spesso ci si lascia influenzare da altri solo per non sembrare diversi, ma essere diversi è bello.
E se tutto questo potesse essere controllato? A volte siamo noi che decidiamo di giudicare e dare ascolto ai giudizi interni; ma se provassimo a fermare tutto, a pensare anche solo di dare un’opportunità alle persone che ci circondano e di non fermarci alle apparenze. Non giudichiamo, almeno per un attimo e lasciamo che sia l’altra persona a guidarci nel suo mondo, proviamo a comprenderla, non ad avere compassione.
Ma in fondo, giudicare è qualcosa che facciamo tutti, ogni giorno, spesso senza accorgercene. Il problema non è avere un’opinione, ma capire da dove nasce: da un’esperienza reale o da un’idea già pronta? Da ciò che conosciamo davvero o da ciò che abbiamo sempre sentito dire?
Se il pregiudizio è un giudizio che arriva prima di conoscere, allora la vera sfida è fermarsi un attimo in più, ascoltare, mettere in dubbio le nostre certezze.
E noi, la prossima volta che incontreremo qualcuno di “diverso” da noi, saremo capaci di sospendere il giudizio… o lasceremo che sia il pregiudizio a parlare al posto nostro?
SARA LUVERÀ 1CLSA

