Quando si parla della natura umana, una delle domande più affascinanti riguarda il rapporto tra egoismo e collaborazione. Gli esseri umani sono naturalmente portati al conflitto oppure alla comprensione reciproca? Su questo tema il filosofo Thomas Hobbes e il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti offrono due prospettive molto diverse.
Secondo Hobbes, senza leggi e senza un’autorità capace di garantire l’ordine, gli uomini vivrebbero in una condizione di “guerra di tutti contro tutti”. Ognuno cercherebbe di perseguire i propri interessi, entrando inevitabilmente in conflitto con gli altri. Questa visione presenta l’essere umano come fondamentalmente competitivo e guidato soprattutto dall’istinto di conservazione.
Personalmente, però, trovo più convincente la prospettiva di Giacomo Rizzolatti.
Il neuroscienziato afferma infatti, grazie allo studio e alla scoperta dei neuroni specchio, che il nostro cervello sia naturalmente predisposto a comprendere le azioni, le emozioni e le intenzioni degli altri. Secondo Rizzolati, quindi, non siamo semplicemente individui isolati che convivono nello stesso spazio: siamo esseri capaci di entrare in sintonia gli uni con gli altri quasi in modo automatico.
Mi capita di accorgermene spesso nella vita di tutti i giorni. Ad esempio, sul pullman o durante il tragitto che separa la stazione dalla scuola, non è raro vedere qualcuno che ripassa freneticamente gli appunti prima di un’interrogazione o di una verifica. Quando osservo quell’agitazione, mi viene spontaneo sorridere o rivolgere uno sguardo incoraggiante. Ciò non succede perché quella persona mi abbia chiesto aiuto, ma perché riconosco immediatamente ciò che sta provando: l’ansia, la paura di non essere abbastanza preparati, la tensione che precede una prova importante. È come se, vedendola, rivivessi automaticamente emozioni che conosco bene anch’io e sentissi necessario condividere lo stato d’animo di quella persona.
Lo stesso accade in palestra, un ambiente che spesso viene considerato molto individualista e focalizzato sulla performance personale. Eppure, proprio lì mi rendo conto di quanto siamo attenti agli altri. Quando qualcuno si sta allenando intensamente o prova a sollevare un carico più pesante del solito, riesco spesso a capire quasi istintivamente il momento in cui ha ancora il controllo del movimento e quello in cui, invece, il peso sta diventando eccessivo e potrebbe aver bisogno di una mano. Non serve che quella persona dica qualcosa: basta osservare il suo sguardo, la postura o l’espressione del volto per percepire la difficoltà e sentire il desiderio di intervenire.
Un altro esempio riguarda situazioni più delicate. Riconoscere il disagio sul volto di una ragazza, dettato da attenzioni insistenti o indesiderate da parte di qualcuno, è forse ciò che riesco a riconoscere con maggiore semplicità. In quei casi, mi viene spontaneo reagire fingendo di conoscere la persona coinvolta o avvicinarmi per chiedere un’informazione di cui in realtà non ho bisogno. È un gesto semplice, che non richiede nessun particolare sforzo o impegno, ma è proprio questo a rivelare qualcosa di profondo: la capacità di riconoscere immediatamente il disagio altrui e di agire per aiutare qualcuno che non abbiamo mai incontrato prima.
Questi comportamenti non derivano da un calcolo razionale o da un vantaggio personale. Al contrario, sono spesso reazioni immediate che nascono dalla nostra capacità di immedesimarci negli altri. È proprio ciò che le ricerche di Rizzolatti suggeriscono: comprendere chi ci sta accanto non è soltanto una scelta morale, ma una predisposizione che fa parte della nostra natura.
Naturalmente esistono anche egoismo, indifferenza e violenza. Sarebbe ingenuo negarlo. Ogni giorno sentiamo parlare di episodi che sembrano dare ragione alla visione pessimistica di Hobbes. Tuttavia, queste situazioni rappresentano delle eccezioni e non possono definire l’intera umanità. Se davvero fossimo destinati soltanto alla competizione, sarebbe difficile spiegare perché milioni di persone aiutino sconosciuti, sostengano amici in difficoltà o si preoccupino del benessere di chi li circonda senza ottenere nulla in cambio.
Per questo ritengo che la teoria di Rizzolatti descriva meglio ciò che osserviamo nella realtà. Certo, gli esseri umani sono capaci di conflitto, ma sono anche naturalmente portati all’empatia. Ogni volta che riconosciamo la paura negli occhi di uno studente prima di una verifica, la fatica di qualcuno che si allena accanto a noi o il disagio di una persona in difficoltà, dimostriamo che la nostra natura non è fatta solo di rivalità. Al contrario, una parte fondamentale di noi consiste proprio nella capacità di comprendere gli altri e di tendere loro una mano quando ne hanno bisogno.
Aya Ouadani 4ALL

