Durante i primi mesi dell’anno scolastico 2025/26 è stata avanzata alla nostra classe 4ALL una proposta: partecipare al concorso “Premio Paolo Cereda”.
Tale concorso prevede la realizzazione di un elaborato/contenuto digitale relativo a un tema indicato dall’Associazione Libera differente per ciascuna edizione, seppur sempre attinente all’ambito della mafia.
Quest’anno, in particolare, il tema stabilito dall’Associazione Libera è stato: “Il rapporto tra mafia e giornalismo”. Il fine del concorso, oltre a quello di portare l’attenzione su giornalisti impegnati direttamente nel racconto della criminalità organizzata, è stato anche quello di incentivare e stimolare il lavoro di gruppo e coinvolgere dunque la totalità della classe nella realizzazione del progetto.
Nonostante l’incertezza iniziale, dettata dall’impreparazione sull’argomento, abbiamo deciso di accogliere la proposta e di iniziare a riflettere sul tema insieme alle nostre insegnanti. La docente di filosofia, in particolare, prof.ssa Linda Viganò, ha suggerito alla classe la lettura del libro “Un morto ogni tanto” di Paolo Borrometi, come mezzo per addentrarsi per la prima volta in una questione intricata come la mafia.
Il romanzo in questione ricostruisce la lotta del giornalista contro la criminalità organizzata in Sicilia, considerando punti determinanti come le provocazioni e intimidazioni ricevute dall’autore. Avvertimenti che hanno condotto il giornalista, col tempo, a vedere necessario l’affiancamento da parte di una scorta.
Un nodo di altrettanta rilevanza, all’interno del romanzo, è stato lo svelamento di affari illeciti relativi alla gestione della filiera del Pomodoro Pachino. L’autore ha infatti denunciato l’imposizione di prezzi, lo sfruttamento dei terreni e dei lavoratori a scapito della sua sicurezza e di quella di chiunque gli stesse attorno.
Il giornalista arriva dunque a racchiudere il rumore generato dalla mafia, la paura, le intimidazioni e le conseguenze di questi movimenti minatori sotto la metafora del “gran boato”.
Ed è proprio a questo punto che le nostre idee hanno iniziato a fluire e i pezzi ad incastrarsi.
Da una discussione collettiva sul romanzo, l’idea di quello che sarebbe stato il nostro progetto finale ha iniziato a svilupparsi.
Abbiamo quindi deciso di costruire un contenuto digitale attorno alle unità fondamentali del romanzo: il Pomodoro Pachino e il Gran Boato. A questi, avremmo poi affiancato la realtà mafiosa che caratterizza il nostro territorio, tra locali chiusi e riaperti per indagini e sospetti che ancora circolano in silenzio.
Eppure, per quanto fossimo convinti di essere sempre più vicini all’idea definitiva del nostro progetto, le nostre conoscenze erano ancora scarse e il percorso da seguire lungo.
Per questo motivo le nostre professoresse, la già citata docente di filosofia e la prof.ssa di italiano Terenghi Niccoletta, si sono impegnate nell’organizzazione di un percorso ben strutturato volto a farci prendere coscienza dell’attività mafiosa presente nel nostro territorio. Tenendo sempre come punto di riferimento il tema del concorso “La verità non s’imbavaglia”, ci sono state proposte attività e incontri diversi tra loro.
In primo luogo, abbiamo avuto l’opportunità di visitare la pizzeria “Fiore – cucina in libertà” di Lecco, confiscata alla famiglia Coco Trovato nel 1996 e riconvertita in un luogo sociale e simbolo di legalità. Grazie a una guida, abbiamo ripercorso la sua storia, dalla creazione come bunker della ‘ndrangheta e luogo di affiliazione, alle indagini della polizia, all’arresto del boss e alla confisca, fino al progetto portato avanti da Paolo Cereda per la riapertura come pizzeria. Nella stessa mattinata abbiamo anche partecipato a un incontro in sala Ticozzi, con due giornalisti, per riflettere sull’importanza dell’informazione al giorno d’oggi attraverso fonti accertate e veritiere.
Il nostro percorso è poi proseguito con due incontri fondamentali al Palabachelet: il primo con il prefetto di Lecco, con cui abbiamo riflettuto sull’importanza della nostra Costituzione, sul ruolo della prefettura e sulla situazione della Lombardia a livello di infiltrazioni; il secondo con il giornalista Daniele De Salvo, che ha ricevuto minacce a seguito di suoi articoli di denuncia. Grazie a quest’ultimo, in particolare, abbiamo potuto ascoltare la storia di chi si è trovato davvero faccia a faccia con questa realtà, facendoci capire che quello degli atti intimidatori e della criminalità organizzata non è un mondo così lontano come sembra, e che, a dire il vero, tocca indirettamente ognuno di noi.
Arrivati perciò ad ottenere un certo bagaglio di informazioni e consapevolezza, siamo giunti alla parte di stesura del copione vero e proprio.
Se infatti prima c’erano solo una scaletta abbozzata e delle idee sparse, a questo punto abbiamo iniziato a stendere il dialogo vero e proprio del video che avevamo in mente.
Abbiamo immaginato due amiche, sedute al tavolo di un ristorante, proprio come ci ritroviamo a fare noi in molte situazioni. In seguito alla lettura di un articolo di giornale, relativo alla chiusura di un ristorante nel comune di Galbiate per infiltrazioni mafiose, le due ragazze si ritrovano a scherzare e a chiedersi quante siano le probabilità di trovarsi in un ristorante del genere proprio in quel momento senza esserne consapevoli.
Poi, la conversazione viene bruscamente interrotta dalla cameriera che, con fare arrogante, chiede loro di poter sparecchiare il tavolo. Le due amiche non si interrogano particolarmente sul comportamento della donna, ma nulla è puramente casuale.
La cameriera raggiunge infatti i proprietari del locale, avvisandoli della conversazione tenuta dalle due ragazze e chiedendo loro di mantenere un profilo basso.
Il motivo? I proprietari sono segretamente due mafiosi e, mentre uno dei due sembra essere realmente preoccupato dall’aumento di consapevolezza comune riguardo alla criminalità organizzata, l’altro non sembra considerare la paura come un’opzione.
“Ci penso io a imbavagliarle”, recita infatti il proprietario, sottolineando così il nucleo attorno al quale il concorso di quest’anno è stato sviluppato.
A partire da questa frase, il video ripercorre brevemente la storia di Paolo Borrometi, segnata dalle minacce, dal terrore e da un tentativo di omicidio, sventato grazie a intercettazioni telefoniche e ambientali. “Non falliremo come quella volta il Boss Giuliano con quel Borrometi”, aggiunge poi lo stesso proprietario.
Così, abbiamo deciso di concretizzare la metafora del Gran Boato e ricostruire la dinamica di un potenziale attentato mafioso. Un attentato che non guarda in faccia all’umanità, alla vita o agli innocenti, ma che vede come unico fine quello di silenziare e punire tutti coloro che sanno.
Attraverso una colonna sonora pensata da un nostro compagno, siamo riusciti a ricreare il suono del boato e a mettere in atto quella che, fino a quel momento, era stata solo una semplice metafora.
Arriviamo quindi al fulcro e al reale obiettivo di questo percorso che abbiamo seguito dall’inizio dell’anno: cosa ci ha insegnato questo lavoro?
Grazie a questo lavoro, abbiamo imparato innanzitutto che la verità è un bene fragile e prezioso. Studiando il rapporto tra giornalismo e mafie, abbiamo capito che gli atti intimidatori contro i giornalisti non sono solo attacchi a singoli professionisti, ma tentativi violenti di togliere a noi cittadini il diritto di sapere cosa accade attorno a noi. Il silenzio è infatti lo spazio in cui le mafie prosperano, mentre la parola coraggiosa è lo strumento che le indebolisce.
In particolare, le visite sul territorio e gli incontri sono stati fondamentali per dare un volto concreto a questi concetti. Poter toccare con mano i beni confiscati e ascoltare chi dedica la propria vita alla legalità ci ha trasmesso un forte senso di speranza: abbiamo imparato che lo Stato e la società civile sono una forza reale capace di riprendersi ciò che è stato tolto con la violenza.
Una parte importante è stata anche quella del lavoro di gruppo. Se da un lato ci siamo divertiti un mondo, dall’altra non è stato così semplice come potrebbe sembrare. Per realizzare un elaborato digitale di questa portata, ci sono state infatti diverse difficoltà, per lo più legate alla disponibilità di quindici persone per trovarsi a registrare insieme, alla nostra goffa improvvisazione da attori, alle liberatorie per la privacy e all’editing. C’è da dire però che tutti gli sforzi e la pressione per la data di scadenza sono state ripagate dal divertimento, dal legame che abbiamo costruito con le nostre professoresse e che abbiamo rafforzato tra di noi, dalla voglia di fare e dare il nostro meglio e dalla competitività che ci ha uniti.
Mettere insieme le idee e dare voce ai nostri pensieri ci ha permesso di trasformare un semplice concorso in un’avventura creativa e consapevole, portatrice di un messaggio importantissimo: la lotta alle mafie non richiede eroi solitari, ma una comunità di persone informate che decidono di non girarsi dall’altra parte.
Aya Ouadani, Viola Molteni 4ALL

