mascolinità tossica nel 2026!

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Uno sguardo sul mondo

08 giugno 2026

E’ impossibile pensare ad un ritorno al passato dopo tutti i passi avanti che sono stati fatti nel corso della nostra storia: capitolo dopo capitolo, protesta dopo protesta, battaglia dopo battaglia, una mano invisibile ha scritto i nostri diritti, dell’uomo e della donna. 

Tuttavia, a volte, come bloccata da forza superiore, la mano smette di scrivere; anzi, cancella. 

Questo “blocco dello scrittore” è dovuto oggi ad una nuova ideologia che si propone, a detta di chi la sostiene, di “andare contro corrente e di dire ad alta voce le verità scomode che nessuno osa più dire da tanto tempo”: ebbene sì, è tornata la mascolinità tossica. 

Ma cosa vuole dire? Chi ha deciso che è tossica? E perché è così un male per le donne e gli uomini? 

Cos’è e cosa comporta 

Innanzitutto, è utile precisare che “mascolinità tossica” è un termine controverso. Nelle scienze sociali non significa che la mascolinità in sé sia tossica, ma che alcuni modelli culturali di mascolinità (come l’aggressività obbligatoria, il dominio sugli altri, la repressione delle emozioni, il disprezzo per la vulnerabilità) producono effetti negativi per gli uomini stessi e per chi li circonda. 

Il termine “mascolinità tossica” non esiste nei vocabolari italiani, è invece presente in quelli della lingua inglese: nel Cambridge Dictionary, “toxic masculinity” viene definita come “ideas about the way men should behave that are seen as harmful”. 

Per capire gli effetti che queste aspettative comportano, è importante dire che esse si ritorcono contro entrambi i sessi: tale ideologia intrappola tutti, indistintamente, dentro delle bellissime e sicure gabbie dorate, e quelle sbarre, che si presentano come i naturali ruoli di genere, limitano la tua libertà così come la mia. 

Indagini statistiche 

Quelli che riporto sono i dati di un’indagine statistica, tratta da “Il Fatto Quotidiano”, sviluppata nel Regno Unito, che documenta un profondo cambiamento della mentalità della Gen Z. 

La vasta ricerca è stata condotta da Ipsos, una società di ricerche di mercato, sondaggi d’opinione e analisi sociali, e dal Global Institute for Women’s Leadership del King’s College di Londra, un istituto di ricerca universitario del King’s College of London. 

Sono state intervistate 23.000 persone appartenenti a 29 paesi diversi (Argentina, Australia ,Belgio, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Francia, Germania, Gran Bretagna, India, Indonesia, Irlanda, Italia, Giappone, Malaysia, Messico, Paesi Bassi, Perù, Polonia, Singapore, Sudafrica, Corea del Sud, Spagna, Svezia, Thailandia, Turchia, Ungheria e Stati Uniti): donne e uomini diversi per cultura, religione ed età anagrafica, tutti sottoposti agli stessi quesiti.                                                                       

Un risultato però comune a tutti i paesi è come i giovani uomini esprimano tendenzialmente visioni più tradizionali sui ruoli di genere rispetto alle generazioni precedenti.  Secondo lo studio, quasi un terzo dei ragazzi della Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) ritiene che una moglie debba obbedire al marito. Il 33% pensa che l’ultima parola nelle decisioni importanti spetti all’uomo: una quota più che doppia rispetto agli uomini della generazione dei baby boomer (nati tra il 1945 e il 1964), tra i quali solo il 13% condivide questa visione.  

La stessa tendenza emerge su altri aspetti: il 24% dei giovani uomini ritiene che le donne non dovrebbero apparire troppo indipendenti o autosufficienti (contro il 12% dei baby boomer), e il 21% pensa che una “vera donna” non dovrebbe mai prendere l’iniziativa nelle relazioni sessuali (contro il 7% dei baby boomer).  

Allo stesso tempo, il 59% dei ragazzi della Gen Z sostiene che oggi agli uomini venga chiesto uno sforzo eccessivo per favorire l’uguaglianza tra uomini e donne (contro il 45% dei baby boomer). 

Riflessione finale 

Personalmente non sono in grado di risalire al preciso motivo per cui questa nuova (e allo stesso tempo molto vecchia) corrente di pensiero abbia iniziato a diffondersi, ma è evidente che qualcosa ci blocca dall’essere pari, e quindi dall’essere liberi.  

Per libertà intendo il potere di decidere che tipo di persona si voglia diventare, senza che l’essere dell’uno o l’altro sesso sia una discriminante. 

Questo non per “invertire i ruoli”, ma per comprendere finalmente che i ruoli sono convenzioni che sono state create da noi (anzi, dai nostri antenati) arbitrariamente, per mantenere l’ordine e per tenere la nostra scomoda libertà di scelta sottochiave. 

Susanna Strigiotti 2BLS