Chissà perché nell’ultimo periodo mi stanno tutti chiedendo quanti anni ho… Mi fa strano e anche un po’ sorridere, perché qualche anno fa me lo chiedevano perché non si ricordavano, adesso invece per capire tra quanto diventerò maggiorenne.
Maggiorenne?… già.
Se ci penso bene, alla fine il 18 è soltanto un numero, come lo erano il 17, il 16, e come lo saranno il 19, il 20… quindi perché sento che il giorno del mio diciottesimo compleanno qualcosa cambierà? Come può una semplice data rendermi nervosa, contenta, spaventata, elettrizzata e insicura allo stesso tempo?
Credo che non sia tanto dovuto al numero in sé, bensì alle responsabilità che la maggiore età comporta, alle porte che apre, alle esperienze che serba, al futuro che si concretizza sempre di più e all’età adulta, che ormai si fa sempre più vicina rispetto all’infanzia.
Mi sembra infatti che qualcuno abbia deciso che quando si raggiungerà questa fatidica età, allora scatterà qualcosa… e noi ingenuamente lo abbiamo accettato senza prima interrogarci su quanto vero o falso possa realmente essere.
Ma sapete qual è la cosa strana?
In realtà non cambia niente.
Posso dirlo perché uno dopo l’altro, ho guardato molti miei amici diventare maggiorenni. Lo annunciano nelle storie sui social, lo festeggiano come se fosse una linea di traguardo. E io lì, presente alle loro feste dalla parte di chi applaude, da quella di chi deve ancora aspettare.
Ma posso assicurarvi che il giorno dopo, tutti i neomaggiorenni, sono identici a prima. Stesse battute, stessi ritardi, stessi errori e stessa confusione su cosa fare dopo la scuola o il sabato sera.
Ecco che quindi è stato svelato l’inganno: nessuno si sveglia adulto, nessuno acquisisce improvvisamente sicurezza, indipendenza o lucidità. E guardando gli altri mi rendo conto che siamo tutti allo stesso punto, solo che alcuni hanno già il numero giusto sulla carta d’identità, altri no.
Sto avendo quindi il tempo di capire che i 18 non sono un interruttore. Non trasformano. Non sistemano. Non chiariscono. Sono semplicemente una tappa fondamentale della vita.
Quando arriverà il mio turno non mi aspetto un cambiamento. Non mi aspetto di sentirmi diversa. Perché la crescita è un processo graduale e involontario e non sarà il numero 8 dopo l’1 a renderlo più rapido o visibile.
Percepisco a questo punto la mia vita come una bilancia perfettamente in equilibrio, e io come colei che ha il compito di aggiungere un po’ di “vita” su un piatto o sull’altro. E inevitabilmente ne aggiungerò su entrambi i lati, perché mi conosco e perché so bene che le cose non sono mai semplici.
Probabilmente certe volte mi sentirò leggerissima, altrettante rischierò di perdere completamente l’equilibrio, altre ancora rimarrò serena e tranquilla… ma forse il diventare adulta sta proprio qui: nel trovare la propria stabilità, la propria armonia nel mondo e con il mondo, o ancora, nel saper vivere ogni momento, anche quando la propria bilancia pende dal lato più faticoso.
Mi chiedo allora se possiedo le doti necessarie e sufficienti per compiere questa operazione di “aggiungere vita”.
Rifletto spesso sull’essere “abbastanza”: sarò abbastanza coraggiosa, stimolata, curiosa, acculturata, appassionata, positiva, bella? E se non lo sono?
Beh… Non so cosa succederà.
Ecco perché oltre all’entusiasmo e alla paura, alla maggiore età si aggiunge anche una certa pressione, un po’ imposta da sé stessi, un po’ dalla società.
Mi sembra tuttavia naturale voler diventare qualcuno di cui si è primariamente soddisfatti e orgogliosi, o voler essere autonomi, amati… felici.
Ecco perché la pressione è in realtà un privilegio: fa agire le persone, fa nascere disciplina, fa crescere dentro la possibilità che “chi, come, dove e con chi vuoi essere” si realizzi davvero.
Ovviamente c’è anche da considerare la possibilità di sentirsi schiacciati da questa pressione tanto intensa e, purtroppo, cadere nella sua trappola è più facile di quanto sembri.
Ma come posso quindi avere la certezza che crescere non significhi soltanto fare fatica?
È quindi proprio qui che mi perdo, che ho paura, perché le mie certezze dell’oggi vengono offuscate dal dubbio del domani: se da un lato non vedo l’ora di scoprire chi, come, dove e con chi sarò; dall’altro, sono paralizzata proprio di fronte all’idea di chi, come, dove e con chi sarò.
Ma in fondo la verità è che questa paura di compiere 18 anni nasce come conseguenza ad una sensazione di inadeguatezza e al sentirsi costantemente sotto giudizio:
siamo troppo grandi per comportarci da bambini;
ma siamo anche troppo piccoli per essere presi sul serio come adulti;
prima possiamo permetterci di non sapere;
dopo dovremmo avere un’idea chiara di chi vogliamo essere.
E la cosa cambia in relazione alla convenienza della circostanza.
Passiamo da questo essere “troppo piccoli” a “troppo grandi” in continuazione e in base a contesti diversi. Veniamo catapultati nel mondo adulto per poi essere respinti nuovamente tra i più piccoli.
E noi non possiamo fare altro che stare nel mezzo, confusi e in attesa di essere sballottati da un estremo all’altro per l’ennesima volta. Ma il mezzo è scomodo, non piace a nessuno, perché non siamo in grado di riuscire a capire autonomamente se quindi siamo grandi o piccoli, senza che sia qualcun altro a farlo per noi.
Però forse il punto non è diventare grandi in un giorno, ma è accettare che siamo ancora in una fase di cambiamento, e che va bene così. Penso infatti che sia inutile provare a prevedere come sarà la vita adulta, la vita da donna, come sarà il mio futuro.
Perché forse i 18 anni non sono l’inizio di qualcosa di nuovo, ma un invito a iniziare a guardarsi attorno e cogliere il mondo per quello che è realmente.
Senza alcuna fretta o urgenza.
Sono un invito a considerare le nuove porte che la vita ci apre, non un obbligo a osservare con tristezza le porte che si chiudono perché “ormai stai crescendo”.
La cosa più importante da fare sempre, ma dai diciotto anni in poi ancora di più, è quindi vivere… perché a dire la verità, quello che fa più paura di tutto non sono i 18 anni, ma non vivere la vita.
Cari 18, siete l’inizio di tutto, ma siete anche la fine di tanto altro.
Viola Molteni, Aya Ouadani 4ALL

