Pubblichiamo di seguito il tema svolto in classe da uno studente di 5^ELSA a partire da una traccia dello scorso esame di maturità (sessione straordinaria 2025), che invitava a riflettere sulla “utilità dell’inutile”.
Testo tratto da: Nuccio Ordine, L’utilità dell’inutile. Manifesto, La nave di Teseo, Milano, 2023, pp. 40-41
«Non a caso negli ultimi decenni le discipline umanistiche vengono considerate inutili, vengono marginalizzate non solo nei programmi scolastici, ma soprattutto nelle voci dei bilanci statali e nelle risorse di enti privati e di fondazioni. Perché impegnare denaro in un ambito condannato a non produrre profitto? Perché destinare fondi a saperi che non apportano un rapido e tangibile utile economico?
All’interno di questo contesto fondato esclusivamente sulla necessità di pesare e misurare in base a criteri che privilegiano la quantitas, la letteratura (ma lo stesso discorso potrebbe valere per altri saperi umanistici e per quei saperi scientifici liberi da un immediato scopo utilitaristico) può invece assumere una funzione fondamentale, importantissima: proprio per il suo essere immune da qualsiasi aspirazione al profitto potrebbe porsi, di per sé, come forma di resistenza agli egoismi del presente, come antidoto alla barbarie dell’utile che è arrivata perfino a corrompere le nostre relazioni sociali e i nostri affetti più intimi. La sua esistenza stessa, infatti, richiama l’attenzione sulla gratuità e sul disinteresse, valori ormai considerati controcorrente e fuori moda.»
Traendo spunto dalle tue esperienze, dalle tue letture e dalle tue conoscenze, rifletti sui contenuti del brano di Nuccio Ordine (1958 – 2023), articolando il tuo elaborato in paragrafi opportunamente titolati e presentarlo con un titolo complessivo che ne esprima sinteticamente il contenuto.
Poche sono le certezze della vita: nessuno può prevedere il futuro, l’esistenza o l’assenza di una qualsiasi divinità non può essere dimostrata, non esiste alcuna persona che sappia chi sia veramente; ma in un mondo dominato dalle incertezze, dalla paura e dall’isolamento che ne conseguono, riluce, in lontananza, un’unica stella, o meglio, un insieme di stelle al contempo immensamente luminose da sole e necessariamente attratte l’una dall’altra: le arti o, per usare la felice espressione di Nuccio Ordine, i «saperi umanistici».
La potenza di quest’ultima espressione viene dal senso di fatica con cui viene accettata al giorno d’oggi: infatti, si tende a ritenere “vero sapere” (una definizione così altisonante che sembra sempre essere accompagnata da un rombo di tuono) soltanto gli studi pratici, relegando gli studi umanistici all’infimo livello di mere passioni, che dovrebbero rimanere tali.
La malsana idea per cui sarebbero preferibili (e vengono spesso preferiti di fatto) studi “sicuri”, che portino un profitto, come quelli scientifici, pratici o economici, come già Ordine accenna nel frammento riportato, nasce dalla paludosa filosofia, divenuta oramai una religione laica, del capitalismo. Esso mira alla più totale efficienza produttiva, richiedendo la maggior quantità di fondi possibili da investire negli ambiti più remunerativi (processo già in atto a partire dalla seconda rivoluzione industriale con la nascita delle Borse); si capisce quindi come non si dia importanza all’arte in ogni sua forma, un ambito «condannato a non produrre profitto» (righe 3-4), o agli studi scientifici «liberi» che «non apportano un rapido […] utile economico» (righe 4-5).
Ma io non voglio credere a questa orribile favola, non voglio convincermi dell’inutilità delle discipline umanistiche; voglio, anzi devo, combattere lo sterile pensiero dell’utile che soggioga ogni essere umano dei tempi moderni e per farlo è necessario valorizzare l’arte, innalzandola fieramente come stendardo della resistenza, perché se Ordine la suppone («può invece assumere» riga 9) come fondamentale arma contro l’egoismo del presente, ergendo la letteratura come prima difesa, io ne sono certo.
L’arte è espressione di sé, della propria anima, libera da ogni concetto utilitaristico. Essa nasce con l’uomo e si è evoluta con lui, cambiando con le sue esigenze: dalle pitture rupestri e le statuine in argilla delle prime dee della fertilità, necessarie per la prosperità, si è arrivati alle tele con successioni di numeri che vanno sbiadendosi di Roman Opałka e sculture dalle forme indistinguibili come la famosissima “Forme uniche della continuità nello spazio” di Umberto Boccioni; dai poemi epici classici si è sviluppata nel tempo la prosa più svariata; dalla povertà necessaria delle prime architetture si è giunti al
minimalismo conscio delle più recenti; tutto per esprimere sé stessi e lasciare un’impronta più o meno indelebile del proprio passaggio nel lungo cammino dell’esistenza.
L’arte è il dono che un essere umano decide di fare al mondo intero; nessuno la richiede ma tutti ne hanno bisogno: è la più potente medicina per i dolori incurabili dell’animo, una pomata lenitiva che, applicata sulla ferita, la rende meno insopportabile. La forma, il colore, il sapore del farmaco e come esso agisce non sono importanti, lo sono solo i suoi effetti: perché che l’opera sia un dipinto o un racconto, che generi una fragorosa risata o lasci in un silenzioso pianto, che sia letta superficialmente o con grande attenzione, che piaccia immediatamente o sia ripugnante, non importa: ha già agito, ha lenito ferite aperte e riportato alla luce quelle occultate, ha sconvolto, stupito, sorpreso, ha reso all’intera umanità quello che l’artista le aveva donato: il sentimento.
Perché l’arte altro non è che l’espressione dell’idea di un uomo, il quale ha staccato un pezzo della sua anima per porlo nell’opera, dando così un senso all’esistenza, al dolore, ai sentimenti: l’arte in ogni sua forma è il senso della vita, o meglio, lo rappresenta. Senza di essa l’uomo non può esistere, perché in sua assenza si vanifica tutto il resto.
La vera arte non potrà mai essere intaccata dalla necessità di guadagno, mai si vedrà sottoposta al vil denaro e tutti quegli “artisti” che lo rendono possibile non sono degni di questo nome. L’arte trova sempre un modo di evadere gli schemi dell’utile per esprimersi pienamente, che questo voglia dire registrare le proprie canzoni nel garage come per i primi gruppi punk o venir esiliato dalla propria città come Goya.
Infine, l’arte è per l’essere umano l’unico modo di fuggire la freddezza del mondo, perché accende e alimenta il fuoco della passione necessaria all’uomo per sopravvivere.
Samuele Combi

