Purché fosse promessa loro una speranza, i cittadini russi di inizio Novecento erano disposti a credere a tutto: profeti, maghi e santi… e poi, anche a Grigorij Rasputin.
Grigorij Rasputin nacque in un piccolo villaggio siberiano, Pokrovskoe, a 80 km da Tobolsk, nel 1869; figlio di un vetturino postale e di una contadina. Era il quinto di nove figli, ma solo lui e una delle sue sorelle arrivarono all’età adulta.
Per quanto le informazioni riguardanti la sua giovinezza siano incerte, sappiamo che dimostrò un’ndole introversa e riservata e una forte tendenza ad auto isolarsi dal resto delle persone. All’età di otto anni cadde in un fiume insieme al fratello Michail, che morì di una polmonite che colpì entrambi, incidente che lo isolò ancora di più.
Nonostante non fosse il modello cristiano più ideale, essendo un bevitore e un bestemmiatore, era affascinato ossessivamente dal misticismo e dalla religione, tanto da fissare immagini di icone religiose per ore. Nel 1887 sposò Praskov’ja Fëdorovna Dubrovina, da cui ebbe sette figli. Nonostante questo, nel 1892 lasciò improvvisamente il villaggio e la famiglia e trascorse diversi mesi nel monastero ortodosso di Verchetur’e, dove si dedicò intensamente alla vita religiosa. Dopo una breve visita alla famiglia, affermò di aver ricevuto una visione della Madonna di Kazan, icona di origine bizantina venerata dai cattolici e dagli ortodossi, che nel tardo Medioevo diventò l’icona più venerata della Russia. Decise così di abbracciare completamente la vita religiosa e iniziò un pellegrinaggio fino al Monte Athos, in Grecia, esperienza dalla quale rimase tuttavia deluso.
Divenne così un pellegrino: visitava i luoghi santi vivendo di elemosina e poi ritornava a casa per aiutare la famiglia nei lavori agricoli più impegnativi. Fu dunque considerato un jurodivyj, uno “stolto di Dio”. La “stoltezza in Cristo” è un tipo di ascetismo praticato nella Chiesa ortodossa e nella Chiesa bizantino-cattolica russa: consiste nel vivere per strada o nelle case di altri, vestirsi di stracci e digiunare per lungo tempo, alla ricerca della “sapienza del cuore”. Negli spazi pubblici, gli “stolti di Dio” assumono un comportamento maleducato e sprezzante, simulando la pazzia, mentre in privato diventano calmi e ragionevoli, aperti alle richieste d’aiuto degli altri. Si pensa siano in grado di prevedere il futuro e di compiere miracoli e ancora oggi in Russia vengono apprezzati e rispettati, talvolta venerati già in vita, o al contrario totalmente disprezzati.
Rasputin cominciò quindi a compiere diversi pellegrinaggi e sostare in diversi monasteri, come quelli di Kiev, Kazan’ e San Pietroburgo, dove iniziò a racimolare un po’ di attenzioni da arcivescovi e da diversi sovrani europei interessati allo spiritismo, come la principessa Milica di Montenegro.
Fu presentato allo zar Nicola II e a sua moglie Aleksandra, i Romanov, da Milica stessa. Quello era un periodo molto duro per lo zar e per l’intero paese; il sovrano aveva appena vissuto la sconfitta nella guerra russo–giapponese, e dopo la Rivoluzione del 1905 era stato costretto a emanare il Manifesto di Ottobre, mirato a migliorare l’organizzazione dello Stato, con il quale rinunciava a diversi poteri assoluti.
Ma le preoccupazioni dello zar e della zarina non erano dovute unicamente alle tensioni politiche che attraversano la Russia; infatti, avevano un figlio malato che nessun medico riusciva a guarire. Aleksej Romanov, ultimo figlio degli zar ed erede al trono, era malato di emofilia di tipo B, rara malattia genetica che, a causa della carenza e del malfunzionamento di un fattore della coagulazione del sangue, comporta emorragie spontanee e sanguinamenti prolungati anche dopo piccole ferite.
La zarina Aleksandra era la portatrice della malattia: era infatti nipote della regina Vittoria d’Inghilterra, che venne anche soprannominata “nonna dell’emofilia in Europa” proprio per la grande quantità di suoi discendenti che ne soffrirono.
Le crisi del figlio costituivano una grave preoccupazione per la zarina, che a causa della malattia aveva già perso il fratello e lo zio, ma i medici, i potenti della situazione, sembravano non avere poteri davanti alla malattia. Nella disperazione, decise di chiedere aiuto a Rasputin, che affermava di poter guarire con la preghiera. I medici consideravano il bambino già morto, ma, a discapito di questo, dopo il primo incontro con Rasputin la condizione di Aleksej migliorò esponenzialmente. Ciò fu dovuto al fatto che Rasputin sospese la somministrazione dell’aspirina, considerata, a causa dell’ignoranza del passato in ambito medico, una medicina miracolosa per ogni malattia: questa, infatti, nonostante i benefici analgesici, peggiora le emorragie in quanto ha un’azione antiaggregante, cioè impedisce alle piastrine di accumularsi e formare un “tappo” per rimarginare la ferita.
Rasputin avrebbe salvato la vita al bambino un’ulteriore volta, quando, dopo una battuta di caccia, Aleksej si ferì di nuovo e la ferita provocò un’emorragia quasi fatale. A Rasputin, che era stato momentaneamente allontanato dalla corte, la zarina Aleksandra chiese nuovamente aiuto. Rasputin rispose con un telegramma: “Il bambino non morirà; non preoccupatevi.” E ancora una volta, le parole di Rasputin sembrano funzionare. La zarina ormai ne è certa: Rasputin è un uomo mandato da Dio. Nobili e principi lo chiamano ciarlatano. Le voci a corte parlano di ipnosi, erbe o incantesimi, ma per gli storici la spiegazione sarebbe molto più semplice. Rasputin era un uomo carismatico, la sua voce riusciva a calmare i disperati. Così Rasputin divenne ancora più vicino ai Romanov, e i Romanov ancora più vicini alla religione.
Agli inizi del Novecento, la Russia viveva un grande risveglio spirituale. Sempre più persone si erano avvicinate alla religione, ma, soprattutto, all’occulto e allo spiritismo. Così anche la zarina; questa aveva già chiamato per lei medium (persone che, presumibilmente, fossero in grado di comunicare con i morti) e indovini, ed era fortemente fedele a Cristo. Più Rasputin restava a corte, più le condizioni del bambino miglioravano; per i Romanov non era scienza, era fede, e quando i disperati ricevono sollievo, non mettono in discussione nulla.
Rasputin era, però, mal guardato dai nobili a corte. Sembrava essere vicino alla setta cristiana dei Chlysty, fondata tra il 1630 e il 1645 in Siberia, disprezzata perché accusati di compiere rituali orgiastici. Sebbene gli aristocratici fossero inizialmente affascinati dalla sua figura, la vicinanza sempre più costante alla famiglia reale causò scandali e chiacchiere maligne; la stessa zarina era in conflitto con la suocera riguardo alla permanenza di Rasputin alla corte.
Secondo Rasputin – similmente alle convinzioni dei Chlysty – la purificazione dell’anima prevedeva il peccato: senza una caduta, non ci si poteva rialzare. Non c’è alcuna prova riguardo all’adesione di Rasputin alla setta, ma è probabile che ne abbia assorbito alcune credenze.
Tra i nobili, giravano voci sempre peggiori su Rasputin, come quella dei bagni in comune – pratiche normali in Siberia, ma abbastanza da far urlare allo scandalo a corte. Ogni tentativo di farlo scomunicare rese la sua fama ancora più grande, e allora le voci continuavano e continuavano.
Con il tempo, molti dei racconti si rivelarono esagerazioni o invenzioni, ma per la corte russa la reputazione era importantissima, e quando si era sporcata, non poteva tornare più come prima.
La Russia si divise così in due: chi lo definiva un demone e chi un profeta, e Rasputin non smentiva mai niente. La Russia era un impero gigantesco, diviso tra due continenti, ma fragile e tintinnante. Era già stata umiliata, dieci anni prima, nella sconfitta contro il Giappone e il malcontento era sempre più rumoroso tra i cittadini. Come se non bastasse, nel 1914 scoppiò la Prima Guerra Mondiale, guerra che l’impero non poteva permettersi, né in denaro né in uomini. I contadini vennero mandati al fronte senza armi adeguate, le campagne si svuotarono, e in patria non bastavano cibo, carbone e sapone. La monarchia era sempre più disprezzata.
Nicola II decise di prendere lui stesso il comando dell’esercito: si allontanò dalla capitale e lasciò il governo della città alla zarina Aleksandra, una tedesca, aggravando così il senso di oltraggio nei cittadini. La zarina venne accusata di essere una spia, una fanatica, e a causa della vicinanza con Rasputin, una donna manipolata. Ma non avevano tutti i torti: ormai, era Rasputin che decideva chi entrava a palazzo, era lui che influenzava nomine e governi; scriveva lettere alla zarina e lei obbediva senza mettere in dubbio niente.
Rasputin non sembrava essere toccato dalla minima preoccupazione: continuava a partecipare a feste, a bere e a divertirsi. Profetizzò: “Finché vivrò, vivrà anche la dinastia dei Romanov. Se cadrò, cadrà con me la Russia.” Profetizzò in seguito: “Se verrò ucciso da un contadino, allora i Romanov continueranno a regnare. Ma se verrò ucciso da un nobile o da un membro dell’aristocrazia, allora la Russia sprofonderà nel caos e la dinastia cadrà entro due anni.”
Quella che si presentava come una profezia era in realtà il frutto di un’analisi della situazione politica della Russia. L’impero era in rovina, e Rasputin sapeva che la sua morte sarebbe stata il più grande segnale della caduta del potere zarista. Per i Russi, Rasputin sembrava sopravvivere a tutto: malattie, attentati e scandali; molti credevano che il suo destino fosse quello di una morte mistica, legata all’impero, come se fosse lui a tenere in vita la Russia.
Durante la sua vita, Rasputin era già sopravvissuto a diversi attentati: uno a Pokrovskoe, villaggio natale, quando era stato accoltellato da una donna che voleva “liberare la Russia dal demonio”; un altro durante una festa, quando un uomo gli puntò una pistola alla testa accusandolo di essere la rovina dell’impero. Quando Rasputin gli disse “spara,” il colpo fece cilecca. Al secondo, ancora nulla. Al che Rasputin prese la pistola, la puntò al soffitto e questa funzionò. Da quel giorno, la sua fama da immortale divenne leggenda.
La notte tra il 29 e il 30 dicembre 1916, un gruppo di giovani aristocratici decise che Rasputin doveva morire. Il principe Feliks Jusupov era riuscito a conquistarsi la fiducia di Rasputin invitandolo frequentemente nel suo palazzo a San Pietroburgo. Lo portarono nel seminterrato del palazzo, illuminato e allestito per l’occasione, e lo servirono di dolci e vino a cui era stata aggiunta una grande quantità di cianuro. Dopo un’ora, Rasputin non aveva ancora subito l’effetto del veleno, e continuava a bere e a divertirsi, senza sospettare niente. Il principe e i suoi complici
passarono alle armi: gli spararono all’addome e Rasputin cadde a terra. Ma, nonostante questo, riesce a rialzarsi e sale le scale. Gli sparano ancora, ripetutamente, ma il colpo che finalmente lo finisce è quello che lo colpisce all’occhio. Rasputin, appena fuori dalla porta del palazzo, cade nella neve. Mentre lo trascinano per buttarlo nel fiume, uno dei congiurati lo vede muoversi ancora, e allora lo picchia con un bastone.
La mattina dopo, il corpo viene trovato ghiacciato nel fiume Malaja Nevka. L’autopsia conferma che era stato ucciso dall’ultimo colpo sparatogli, e che nei polmoni non c’era alcuna traccia di acqua; segno che Rasputin fosse già morto prima di essere buttato nel fiume. Nello stomaco non c’era nemmeno del cianuro.
La morte di Rasputin aggrava il caos in Russia e alla corte. La zarina Aleksandra, come detto da Rasputin nella sua profezia, era convinta che la fine della dinastia fosse alle porte: e così, infatti, sarebbe stato. Nel 1918, i Romanov vennero catturati dai bolscevichi e poi brutalmente uccisi a luglio, segnando così la fine dell’Impero Russo.
Flora Ceschel

