autolesionismo e attacchi di panico: sorrisi che nascondono tempeste, silenzio che nasconde urla… e cuori che continuano a lottare. 

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La casa dei pensieri

15 dicembre 2025

Oggi più che mai è importante affrontare con rispetto temi delicati che toccano molti giovani, spesso nel loro silenzio e solitudine. Due di questi sono l’autolesionismo e gli attacchi di panico. Non se ne parla abbastanza, ma farlo può fare la differenza. 

Cos’è l’autolesionismo? 

Si parla di autolesionismo quando una persona si fa del male da sola, spesso come modo per affrontare un dolore emotivo. Può manifestarsi in diversi modi, attraverso tagli, bruciature o colpi contro superfici dure. Chi si autolesiona non lo fa per “farsi notare”, ma perché sta vivendo un problema profondo e cerca un modo per gestirlo. 

Cos’è un attacco di panico? 

Un attacco di panico è un’ondata improvvisa di paura o ansia intensa, accompagnata da sintomi fisici come battito accelerato, respiro corto, sudorazione e senso di soffocamento. Chi ne soffre può sentirsi “fuori controllo” o temere di venire danneggiato seriamente, anche se il pericolo non è reale. Quando si ha un attacco di panico non ci si riesce a muovere, perché il corpo trema così tanto che la persona non riesce a muovere nessuna parte di sè. Le cause possono essere lo stress, traumi passati, o disturbi d’ansia. È diverso dall’ansia “normale” che tutti proviamo. Un attacco di panico blocca, spaventa, e spesso porta a evitare situazioni per paura che si ripeta.  

Esistono strumenti utili per affrontare queste situazioni: esercizi di respirazione, tecniche di grounding e soprattutto il supporto di un professionista. Alcuni, poi, aderiscono al “Butterfly Project”: disegnano una farfalla sulla pelle per simboleggiare ed esprimere la propria voglia di resistere al dolore (per un approfondimento su questi temi, vai alla fine di questo articolo) 

Due facce dello stesso dolore 

Autolesionismo e attacchi di panico non sono la stessa cosa, ma possono essere collegati. Spesso una persona che vive uno di questi disagi può sperimentare anche l’altro. In entrambi i casi, si tratta di un grido silenzioso, un modo per dire “sto male e non so come uscirne”. 

Cosa possiamo fare? 

L’autolesionismo e gli attacchi di panico sono realtà che esistono, anche se spesso nascoste. Parlarne è un segno di maturità e consapevolezza. Nessuno dovrebbe vergognarsi del proprio dolore, e ognuno di noi può fare la differenza nel costruire una scuola e un mondo dove ci si possa sentire accolti, ascoltati e mai soli. 

La vera forza sta nel tendere una mano. Anche solo una parola gentile può accendere una luce nel buio di qualcuno. 

La prima cosa è non giudicare. Chi soffre ha bisogno di comprensione, non di frasi fatte. A volte, anche solo ascoltare senza interrompere può essere di grande aiuto. Se sei tu a vivere tutto questo, ricorda: non sei solo. Parlane con qualcuno di cui ti fidi, rivolgiti a un insegnante, a un genitore o a uno psicologo. Chiedere aiuto non è una debolezza, è il primo passo verso la guarigione. 

Parlare di questi temi può far paura, ma il silenzio è molto più pericoloso. Conoscere, capire e condividere può salvare una vita, anche la propria. Nessuno dovrebbe sentirsi invisibile nel proprio dolore. 

Come studenti, amici o semplici compagni di classe, possiamo avere un ruolo importante. Anche piccoli gesti possono fare la differenza: 

  • Ascoltare senza giudicare: A volte chi soffre ha solo bisogno di qualcuno che lo ascolti senza minimizzare o sminuire quello che prova. 
  • Essere presenti: Un messaggio, una chiacchierata, una passeggiata insieme. Far sentire a una persona che non è sola è fondamentale. 
  • Imparare a riconoscere i segnali: Cambiamenti improvvisi nel comportamento, isolamento, tristezza costante o segni fisici possono essere campanelli d’allarme. Non bisogna farsi spaventare, ma nemmeno ignorarli. 
  • Incoraggiare a chiedere aiuto: Non siamo psicologi, ma possiamo accompagnare chi soffre verso qualcuno che può davvero aiutarlo, come uno psicologo scolastico o un adulto di fiducia. 
  • Parlarne: Rompere il silenzio è un atto di coraggio. Portare questi temi nelle scuole, nei gruppi e anche a casa contribuisce a creare un ambiente più sicuro e accogliente per tutti. 

Parlare di autolesionismo e attacchi di panico non è facile, ma è necessario. Non sono solo “problemi degli altri”, ma realtà che possono toccare chiunque, anche tra i banchi di scuola.  

La consapevolezza è il primo passo verso il cambiamento. Guardare negli occhi il dolore, dare un nome alle emozioni e offrire ascolto possono salvare una vita. Nessuno dovrebbe sentirsi sbagliato per ciò che prova, e nessuno dovrebbe affrontare tutto da solo. 

Ognuno di noi ha il potere di essere una presenza positiva. A volte, basta poco: una parola, un gesto, un abbraccio. Perché anche nel buio più profondo, se c’è qualcuno vicino, la luce può tornare. 

Siamo una comunità: e nelle comunità, ci si prende cura gli uni degli altri. Sempre. 

Conosciamo cose nuove:  

Tecniche di grounding: Il grounding o radicamento è una tecnica terapeutica che ha come obiettivo principale la riconnessione con la Terra. 

In psicologia questa pratica ha molteplici applicazioni, ma viene utilizzata soprattutto nei disturbi d’ansia, perché aiuta a sintonizzarsi con il presente e ad allontanarci da emozioni e pensieri intrusivi. 

“Butterfly Project”: Il Butterfly Project è un’iniziativa di supporto emotivo per chi lotta contro l’autolesionismo. Consiste nel disegnare una farfalla sulla pelle (soprattutto dove si è soliti ferirsi) e darle il nome di una persona amata. Finché la farfalla resta intatta, non ci si deve fare del male: ferirsi significherebbe “ucciderla”. È un gesto simbolico per aiutare a resistere all’impulso, con dolcezza e consapevolezza. 

Sara Luverà 

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